primo piano del poeta aldo gerbino“Gerbino è un poeta-filosofo, non privo di una sua speciale visionarietà. Una visionarietà da matematico, e da uomo straordinariamente aperto al mondo, attratto da ogni sua possibile realtà o parvenza, nella consapevolezza, sempre capace di meraviglia, del nostro parziale e improprio sentire e comprendere, tra “lotta e scompiglio di materia”. Il poeta ha i suoi numi tutelari, le grandi figure sulle cui spalle può ancora ergersi. Ecco allora che Gerbino introduce nel testo o trae spunto dalle loro opere, molti autori importanti nella sua articolazione di pensiero poetico: Filippo de Pisis, Walter Beniamin, Virginia Woolf… arrivando a citare parole dal film “Fuga da Alcatraz”. Tutto questo gli permette di comporre un’opera intellettualmente quanto mai vitale ed esteticamente godibile, capace di esorcizzare la morte.” (Dalla Prefazione di Maurizio Cucchi)

Poesie tratte da Comete mercuriali, piume

Piccola malinconia italiana
per Sergio Ceccotti
Ai confini del crepuscolo poniamo questi giorni
di penose gioie collettive, tra oscuri ribechisti e
rocce tremanti di anime. Sono collosi giorni d’albume
per sanguinamenti di luce, per torpidi pensieri,
per flebili ciocche di fiori gialli e corde di ghironde.
Avvolti nel tintinnio lacrimevole d’un tram, i cruciverba
al tavolo spargono pasticcini, flûte, dadi enigmatici.
Sull’orlo dell’abisso, pencolanti e incantati, attendiamo,
col finis, l’immagine che ci verrà restituita quando
potremo unire i punti sospesi nello spazio: un viso,
una scodella colma di italiche domenicali malinconie.
Perso il favore del dio, esaurita ogni pietà, ecco
l’astragalo siculo (lo spino) attraversare le reti del cuore.
Così, transverberati, essiccati come l’orologio paterno
che portiamo al polso, toccati dalla sua vita, tracimiamo
con lentezza nel tempo del padre: noi concimi, noi staffette.

Palermo, primaverile domenica del 2014-Natale del 2015

Natura morta con anatra, arancia, limone e pere
La morta coda piumosa dell’anatra
s’è adagiata sui nostri corpi, quasi a coprire
la polvere che da anni ci oscurava. Così
abbiamo dimenticato i dolori sopiti,
intravisto squarci di luce. Poi eccoci nel buio
intestino d’una bottiglia, ammucchiati
come sterpi, ali polverizzate di farfalle,
gusci di bivalvi, rametti secchi, coralli,
bacche: catalogo di oggetti disperati.

Di cere
Di cere, di antichi tessuti, fiori di carta
e spinule e occhi in vetro, di pupille date
al fuoco, al trionfo, alle gesta del tempo
al mito, al grande racconto per fedeli
e infedeli, siamo tutti còlti nell’anima,
nel guado aperto di un pensiero, per vite
quotidiane, per volti sperduti, lungo passi,
dossi, aperti al vento freddo, al grido
enfiato di chi ci abbandona, alle luci
intermittenti di un albero appeso ad ore
trascorse, a decenni, all’infinito tempo
sognato per materie oscure, per occhi.

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