Giorgio Caproni

Nato a Livorno nel 1912, Caproni è stato poeta, critico letterario e traduttore. Nella sua poesia canta soprattutto temi ricorrenti come Genova, dove visse per lunghi anni, la madre, la città natale, il viaggio e il linguaggio. Nel corso della sua produzione Caproni procede verso l’utilizzo di una forma metrica spezzata, esclamativa, che rispecchia l’animo del poeta alle prese con una realtà sfuggente impossibile da fissare con il linguaggio. Questo stile è evidente anche nell’impiego della forma classica del sonetto, impiegato in forma “monoblocco”, ovvero senza divisioni strofiche. La sua poesia spezza la regolarità e il ritmo del sonetto utilizzando rime interne, enjambements, una sintassi spesso franta e il ricorso a interiezioni. L’ultima fase della sua poesia (da Il muro della terra in poi) insiste sul tema del linguaggio come strumento insufficiente e ingannevole, inadeguato a rappresentare la realtà.




Sei Poesie di Giorgio Caproni

Alba

Amore mio, nei vapori d’un bar

all’alba, amore mio che inverno

lungo e che brivido attenderti! Qua

dove il marmo nel sangue è gelo, e sa

di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo

rumore oltre la brina io quale tram

odo, che apre e richiude in eterno

le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo

il polso: e se il bicchiere entro il fragore

sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse

di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,

non dormi, ora che in vece la tua già il sole

sgorga, non dirmi che da quelle porte

qui, col tuo passo, già attendo la morte.

_______________

Perché restare

Chi sia stato il primo, non

è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.

Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.

Ora non c’è più nessuno.

La mia

casa è la sola

abitata.

Son vecchio

Che cosa mi trattengo a fare,

quassù, dove tra breve forse

nemmeno ci sarò più io

a farmi compagnia?

Meglio – lo so – è ch’io bada

prima che me ne vada anch’io.

Eppure, non mi risolvo. Resto.

Mi lega l’erba. Il bosco.

Il fiume. Anche se il fiume è appena

un rumore ed un fresco

dietro le foglie.

La sera

siedo su questo sasso, e aspetto.

Aspetto non so che cosa, ma aspetto.

Il sonno. La morte direi, se anch’essa

da un pezzo – già non se ne fosse andata

da questi luoghi.

Aspetto

e ascolto.

(L’acqua,

da quanti milioni d’anni, l’acqua,

ha questo suo stesso suono

sulle sue pietre?)

Mi sento

perso nel tempo.

Fuori

del tempo, forse.

Ma sono

con me stesso. Non voglio

lasciare me stesso uscire

da me stesso come,

dal sotterraneo

il grillotalpa in cerca

d’altro buio.

Il trifoglio

della città è troppo

fitto. Io son già cieco.

Ma qui vedo. Parlo.

Qui dialogo. Io

qui mi rispondo e ho il mio

interlocutore. Non voglio

murarlo nel silenzio sordo

d’un frastuono senz’ombra

d’anima. Di parole

senza più anima.

_______________

Biglietto lasciato prima di non andar via 

Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare

È stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

_______________

Foglie

Quanti se ne sono andati…

Quanti.

Che cosa resta.

Nemmeno

il soffio.

Nemmeno

il graffio di rancore o il morso

della presenza.

Tutti

se ne sono andati senza

lasciare traccia.

Come

non lascia traccia il vento

sul marmo dove passa.

Come

non lascia orma l’ombra

sul marciapiede.

Tutti

scomparsi in un polverio

confuso d’occhi.

Un brusio

di voci afone, quasi

di foglie controfiato

dietro i vetri.

Foglie

che solo il cuore vede

e cui la mente non crede.

_______________

A Rina

Senza di te un albero

non sarebbe più un albero.

Nulla senza di te

sarebbe quello che è.

_______________

Cadenza

Tonica, terza, quinta,

settima diminuita.

Resta dunque irrisolto

l’accordo della mia vita?




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