“Vitalmente ho pensato a te che ora non sei né soggetto né oggetto…”

ANDREA ZANZOTTO

Andrea Zanzotto è stato tra i più significativi poeti italiani del Novecento; la sua poesia s’inscrive nelle tracce e nelle memorie del suo paese di nascita – Pieve di Soligo: “qui non resta che cingersi intorno il paesaggio”, contemplato in Filò. Laureato in lettere a Padova nel 1942 e a lungo insegnante di scuola media, raramente si allontana dal suo altopiano, mentre la sua cultura, le traduzioni, la saggistica, di ampi orizzonti europei, rendono più vivida la sua “ignarità che brucia pur di estreme sapienze” (Ligonàs, 1998).



Le Poesie di Andrea Zanzotto

Da IX ECLOGHE

Così siamo

Dicevano, a Padova, “anch’io”

gli amici “l’ho conosciuto”.

E c’era il rumorio d’un’acqua sporca

prossima, e d’una sporca fabbrica:

stupende nel silenzio.

Perché era notte. “Anch’io

l’ho conosciuto”.


Vitalmente ho pensato

a te che ora

non sei né soggetto né oggetto

né lingua usuale né gergo

né quiete né movimento

neppure il né che negava

e che per quanto s’affondino

gli occhi miei dentro la sua cruna

mai ti nega abbastanza.

E così sia: ma io

credo con altrettanta

forza in tutto il mio nulla,

perciò non ti ho perduto

o, più ti perdo e più ti perdi,

più mi sei simile, più m’avvicini.

Notificazione di presenza sui Colli Euganei

Se la fede, la calma d’uno sguardo

come un nimbo, se spazi di serene

ore domando, mentre qui m’attardo

sul crinale che i passi miei sostiene,

se deprecando vado le catene

e il sortilegio annoso e il filtro e il dardo

onde per entro le più occulte vene

in opposti tormenti agghiaccio et ardo,

i vostri intimi fuochi e l’acque folli

di fervori e di geli avviso, o colli

in sì gran parte specchi a me conformi.

Ah, domata qual voi l’agra natura,

pari alla vostra il ciel mi dia ventura

e in armonie pur io possa compormi.



Da VOCATIVO

Esistere psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne

esili acuminati sensi

e sussulti e silenzi,

da questa bava di vicende

– soli che urtarono fili di ciglia

ariste appena sfrangiate pei colli –

da questo lungo attimo

inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,

da tutto questo che non fu

primavera non luglio non autunno

ma solo egro spiraglio

ma solo psiche,

da tutto questo che non è nulla

ed è tutto ciò ch’io sono:

tale la verità geme a se stessa,

si vuole pomo che gonfia ed infradicia.

Chiarore acido che tessi

i bruciori d’inferno

degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,

chiarore-uovo

che nel morente muco fai parole

e amori.



Da LA BELTÀ

Al mondo

Mondo, sii, e buono;

esisti buonamente,

fa che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,

ed ecco che io ribaltavo eludevo

e ogni inclusione era fattiva

non meno che ogni esclusione;

su bravo, esisti,

non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito

con questo super-cadere super-morire

il mondo così fatturato

fosse soltanto un io male sbozzolato

fossi io indigesto male fantasticante

male fantasticato mal pagato

e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»

un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.) esistere

e oltre tutte le preposizioni note e ignote,

abbi qualche chance,

fa buonamente un po’;

il congegno abbia gioco.

Su, bello, su.

Su, Munchhausen.

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