Compagni,date un’arte nuova, tale che tragga la repubblica dal fango.

Majakovskij, l’arte della rivoluzione

La poesia Ordine n.2, all’armata delle arti è una critica radicale all’arte come ornamento, all’arte come “estetizzazione delle tecniche” (cfr. Costa 2005). Il testo esprime un portato polemico che ben sottolinea come, nell’Unione Sovietica post rivoluzionaria, il cambiamento di statuto estetico dovesse avvenire attraverso un dileguamento dell’arte come fatto autonomo, “puro”. Del resto Majakovskij vede nello sviluppo della tecnica l’elemento propulsivo delle società moderne. Già nel 1918 aveva scritto: “Le strade sono i nostri pennelli, le piazze sono le nostre tavolozze”. Lui stesso contribuirà alla diffusione del verbo rivoluzionario attraverso la realizzazione di pubblicità per i magazzini di stato in stile costruttivista.

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ORDINE N°2 ALL’ARMATA DELLE ARTI (1921)

A voi,
baritoni ben nutriti,
che dai tempi di Adamo
ai giorni nostri
squassate gli stambugi chiamati teatri
con le arie dei Romei e delle Giuliette.

A voi,
pittori,
ingrassati come cavalli,
divorante e annitrente decoro di Russia,
che, intanati nel fondo degli studi,
tinteggiate all’antica con sangue di drago
fiorellini e corpi.

A voi,
che, nascosti da foglie di mistica,
solcate di rughe le vostre fronti,
piccoli futuristi,
piccoli immaginisti,
piccoli acmeisti,
impigliati in un ragnatelo di rime.

A voi,
che avete trasformato in chiome incolte
le lisce pettinature,
in cioce le scarpine verniciate,
proletcultisti,
che rattoppate
la scolorita marsina di Puskin.

A voi,
danzatori, sonatori di piffero,
che vi date apertamente
o peccate di soppiatto,
immaginando l’avvenire
come un enorme razione accademica.

A voi dico
io,
geniale o non geniale,
che ho tralasciate le bagattelle
e lavoro alla Rosta,
a voi dico,
prima che vi scaccino con il calcio dei fucili:
smettetela!

Smettetela!
Dimenticate,
sputate
sulle rime
e sulle arie
e sul cespuglio di rose
e sulle altre malinconiucce
degli arsenali delle arti.
Chi può interessare
che: “Ah, il poveretto!
come amava e come fu infelice…”?
Maestri,
e non predicatori zazzeruti
oggi ci sono necessari!

Ascoltate!
Le locomotive gemono,
un soffio spira dalle fessure del pavimento:
“Date carbone del Don!
Magnani,
meccanici del deposito!”
Alla sorgente di ogni fiume, giacendo con una falla nel fianco,
i piroscafi urlano fra i docks:
“Date nafta di Bakù!”

Mentre ci perdiamo in dispute,
cercando il senso recondito,
“Dateci nuove forme!”
è il lamento che passa per le cose.

Non vi sono più sciocchi ad attendere
come una folla di ciondoloni
che esca una parola dalle labbra di un “maestro”.
Compagni,
date un’arte nuova,
tale
che tragga la repubblica dal fango.

Traduzione:

A.M. Ripellino (Oscar Mondadori, 1989)

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