amo la stanca stagione che ha già vendemmiato…

Vincenzo Cardarelli

Poeta, scrittore e giornalista italiano. Conversatore brillante e letterato polemico e severo, ha vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, che lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali (anche se fu sempre apertamente cattolico). Nella poesia di Cardarelli sono sempre individuabili una pulsione trasgressiva e una volontà di autocontrollo. A prevalere è generalmente la seconda, che comporta l’accentuazione della compostezza formale senza però far venire meno l’elemento di derivazione avanguardistica. Visse sempre appartato, in solitudine, e così morì a Roma il 18 giugno 1959. Episodi degli ultimi suoi anni di vita sono narrati da Ennio Flaiano ne La solitudine del satiro.

Fonte: Wikipedia



Poesie di Cardarelli

(da Opere Complete)

Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d’Agosto,

nelle piogge di Settembre

torrenziali e piangenti

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora che passa e declina,

in quest’autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

lungamente ci dice addio.

Autunno veneziano

L’alito freddo e umido m’assale

di Venezia autunnale,

Adesso che l’estate,

sudaticcia e sciroccosa,

d’incanto se n’è andata,

una rigida luna settembrina

risplende, piena di funesti presagi,

sulla città d’acque e di pietre

che rivela il suo volto di medusa

contagiosa e malefica.

Morto è il silenzio dei canali fetidi,

sotto la luna acquosa,

in ciascuno dei quali

par che dorma il cadavere d’Ofelia:

tombe sparse di fiori

marci e d’altre immondizie vegetali,

dove passa sciacquando

il fantasma del gondoliere.

O notti veneziane,

senza canto di galli,

senza voci di fontane,

tetre notti lagunari

cui nessun tenero bisbiglio anima,

case torve, gelose,

a picco sui canali,

dormenti senza respiro,

io v’ho sul cuore adesso più che mai.

Qui non i venti impetuosi e funebri

del settembre montanino,

non odor di vendemmia, non lavacri

di piogge lacrimose,

non fragore di foglie che cadono.

Un ciuffo d’erba che ingiallisce e muore

su un davanzale

è tutto l’autunno veneziano.

Così a Venezia le stagioni delirano.

Pei suoi campi di marmo e i suoi canali

non son che luci smarrite,

luci che sognano la buona terra

odorosa e fruttifera.

Solo il naufragio invernale conviene

a questa città che non vive,

che non fiorisce,

se non quale una nave in fondo al mare.

Ottobre

Un tempo, era d’estate,

era a quel fuoco, a quegli ardori,

che si destava la mia fantasia.

Inclino adesso all’autunno

dal colore che inebria,

amo la stanca stagione

che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,

nulla più mi consola,

di quest’aria che odora

di mosto e di vino,

di questo vecchio sole ottobrino

che splende sulle vigne saccheggiate.

Sole d’autunno inatteso,

che splendi come in un di là,

con tenera perdizione

e vagabonda felicità,

tu ci trovi fiaccati,

vòlti al peggio e la morte nell’anima.

Ecco perché ci piaci,

vago sole superstite

che non sai dirci addio,

tornando ogni mattina

come un nuovo miracolo,

tanto più bello quanto più t’inoltri

e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate

vai componendo la tua stagione

ch’è tutta una dolcissima agonia.



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